NON PARLARE

Non parlare adotta una narrazione sincronica dove spazi e tempi si sovrappongono, e il montaggio scompagina le carte in tavola.

In questo contesto il sogno e la veglia acquistano lo stesso valore, confondendosi in un’unica nuova evanescente realtà.

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Non parlare. Che poi, più si parla e più non si dice niente.

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E tu che forma dai agli istinti, alle paure, ai sensi di colpa, quando là fuori tutti ti chiedono di rimuoverli? 

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Non parlare va alla ricerca dei nostri tabù scegliendo la via del thriller e contagiandolo con altri generi.

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HANNO DETTO PER L’ANTEPRIMA 

« Verità e finzione si intrecciano incessantemente, mentre il silenzio del “non parlare” graffia l’anima, e la pioggia battente continua a cadere » CB LIVE 

« Sottile la vena ironica in grado di rompere il diaframma, impercettibile, tra detto e non detto » QUOTIDIANO DEL MOLISE 

« Un thriller poetico » IL PUBBLICO 

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SUGGESTIONI DAL GRANDE SCHERMO

La pièce  consegna al pubblico tutto il precipitato semantico degli incontri con i film di René Clément e Sébastien Japrisot (Le passager de la pluie), Ingmar Bergman (Persona), Roman Polański (Repulsion), Gaspar Noé (Irréversible) fino al John Parker di Dementia.

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SINOSSI

Una donna forse fragile. Un treno che porta al mare.

La strana figura di un controllore.

Una pioggia che misteriosamente non cessa mai.

E un omicidio.

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CREDITI 

DI E CON…………………..KATIUSCIA MAGLIARISI

AIUTO REGIA……………… DONATELLA CORRADO 

LUCI, AUDIO, VIDEO…………….. GIACOMO CURSI 

PRODUZIONE……………. NUTRIMENTI TERRESTRI

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SCENE DALL’ANTEPRIMA

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DOVE E QUANDO:

il 9 giugno 2016 – ore 21:00 

alle  CARROZZERIE N.O.T.

via Panfilo Castaldi 28/a – Roma (zona Ponte Testaccio)

DATA UNICA (I POSTI SONO LIMITATI E’ CONSIGLIATA LA PRENOTAZIONE)

contatti teatro: 

cell.: 347 1891714 

mail: carrozzerienot@gmail.com

fb: NON-PARLARE_a-piece-of-work 

contatti stampa:

nonparlare2016@gmail.com

ASSAGGI DI FUTURO PROSSIMO

QUATTRO INCONTRI | UN CONTEST | UNA PERFORMANCE
testatina assaggi.pnga cura di Francesco Verso
IL CONTEST E LA PERFORMANCE: ESPERIMENTI DI CROSSMEDIALITA’
Noi ti regaliamo tre racconti della collana Future Fiction (chiedili a info@futurefiction.org)
Tu voti il migliore scrivendo a info@libreriaassaggi.it oppure sulla pagina FB dell’evento
Il contest si chiude il 19 maggio.
Il 9 giugno negli spazi della libreria Assaggi (via degli Etruschi, 4, 00185 Roma) il testo vincitore si trasforma in una performance.
GLI INCONTRI
Mercoledì 9 Marzo (ore 19) – Fantascienza: oltre i limiti della definizione di genere.
Dagli albori delle riviste “pulp” americane, alla Golden Age degli anni ’30 e ’40, passando per la New Wave e il Cyberpunk fino alla narrativa di speculazione attuale. Di cosa parliamo quando parliamo di fantascienza? Archetipi narrativi, sviluppi e contagi nel corso del tempo.
Relatore: Sandro Pergameno, storico editor di Editrice Nord e Fanucci e grande collezionista di fantascienza.
Giovedì 14 Aprile (ore 19) – Nuove geografie e biodiversità nella fantascienza di oggi.
Il futuro arriva dovunque e anche la fantascienza si è diffusa in luoghi diversi dagli Stati Uniti e l’Inghilterra. Un viaggio alla scoperta di futuri sconosciuti scritti e ambientati in: Africa, Sud America e Asia, con una focalizzazione sul fenomeno della Diaspora Cinese.
Relatori: l’editore e autore Francesco Verso e, in collegamento dagli Stati Uniti, Arielle Saiber, docente di Letterature e Lingue Romanze al Bowdoin College di Portland, Maine.
Giovedì 19 Maggio (ore 19) – La scienza dentro la fantascienza e viceversa.
Lo sviluppo dei “Future Studies” ha evidenziato il rapporto esistente tra la narrativa di anticipazione e la costruzione di scenari futuri. Sempre più spesso il “worldbuilding” di una storia di fantascienza costituisce il terreno di studio per scienziati e ricercatori. Ma accade anche il contrario: la ricerca scientifica e le tecnologie emergenti nei campi della biotecnologia, ingegneria genetica, informatica e fisica quantistica influenzano gli scrittori di fantascienza nella creazione delle loro storie.
Relatore: Roberto Paura, presidente dell’Italian Institute for the Future e ricercatore presso l’INFN.
Giovedì 9 Giugno (ore 19) – Fantascienza scritta e fantascienza visiva. 
Il cinema e la televisione sono stati i più importanti veicoli popolari della fantascienza letteraria. Qual è il valore aggiunto di un racconto per immagini? Che rapporti intercorrono tra la SF scritta e quella visiva? Dal testo, alla forma recitata e performativa, toccando tutti i media, le storie di fantascienza si prestano a fornire a chiunque esperienze diverse.
Relatore: Leopoldo Santovincenzo, ideatore e co-autore del programma Wonderland di RAI 4.
Al termine dell’incontro, Katiuscia Magliarisi, autrice, regista e performer, partner della Future Fiction Factory e già interprete dell’antologia teatrale di fantascienza The Milky Way, porta in scena il testo scelto dai lettori.
evento promosso da 
Libreria ASSAGGI 
in collaborazione con Future Fiction, Mincione Edizioni 
e #lafantascienzaefemmina 

SUICIDAMI.

Un’intervista virtualmente letale.

Io – Posso equipararti a Mister Poof?

VC – Parli di Frank M. Ahearn, l’uomo che aiuta la gente a sparire? Comunque la risposta è no. Il mio movente è diverso dal suo, e anche il campo d’azione è a ben vedere un altro.

Io – Come un movente?

VC – Per ogni assassinio ci vuole un movente,  anche quando ti chiedono un suicidio.

Io – E qual è il motivo che ti spinge a ‘suicidare’ chi te lo chiede?

VC – Magari ci arriviamo dopo a questo.

Io – Iniziamo bene… Posso allora chiederti come fai a farli fuori?

VC – Prendi i maghi, i gangster o gli déi, a loro basta un gesto, talvolta uno schiocco di dita e tutto si compie. Scegli tu a che genere appartengo.

Io – Ok ho capito, anche a questo magari ci arriviamo dopo. Ma come ti senti appena ne fai fuori uno?

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VC – Come un dio. Ma se dio ti sembra troppo, immagina un prestigiatore che fa oscillare la bacchetta fino al colpo di scena finale, quello letale che cambia il destino, che ti regala all’oblio.

Io – Più che a un hacker mi sembra di parlare a un illusionista.

VC – Chi ha mai detto di essere un hacker? Ti racconto un fatto: nel 1941 Orson Welles ha reso a suo modo omaggio al mondo della rivista magica con The Mercury Wonder Show, regalando all’esercito americano una carrellata di numeri ispirati a Goldin e Thurston. Lui, Welles dico, nello show ha fatto prima  la parte del leone, poi ha ipnotizzato un’anatra e infine ha eseguito una metamorfosi con Rita Hayworth. Anche io mi occupo di metamorfosi,  vedila così, non di persone, di identità. E l’oblio è in qualche modo una forma-non forma di essere e non essere. Quindi se vuoi vedimi come una versione avanzata di Houdini: mi diletto con l’escapologia, degli altri però.

Io – Parliamo di prezzi: quanto costa farsi suicidare da te?

VC – Non chiedo soldi alle persone per cui lavoro.

Io – Allora cosa ci ricavi?

VC – Da loro? Dal gesto? Il prestigio di concedere l’oblio. Pensa al Faust: la tua identità non ti appartiene più.

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Io – Non afferro. Provo a prenderla da un altro lato: visto che l’hai menzionato un paio di volte, e che da tempo se ne discute sul web,  mi riferisco al diritto all’oblio, che tradotto si potrebbe dire eutanasia virtuale, secondo te perché si arriva a desiderarlo? Forse se ci aiuti a capire quando, per quale motivo una persona arriva a domandarti di uccidere la sua identità, riusciamo a farci un’idea.

VC – Quando il diversivo diventa soffocante. Si dice che la realtà sia incerta, traditrice e sospetta. Ora immagina di doverne gestire due, tre, anche 10 a volte o più realtà che nel nostro caso si traduce in “identità”, diametralmente opposte o che al contrario finiscono per assomigliarsi troppo e confondersi, può mandare le persone davvero in tilt, gli si fonde il cervello e non solo. E se mi chiedi i motivi che spingono al suicidio su commissione, mettiti comoda perché la lista può farsi lunga: ecco ci sono gli errori di gioventù, le classiche stronzate che oggi possono addirittura precluderti la possibilità di entrare in una azienda o di fare carriera. I rivoluzionari da tastiera che hanno cambiato bandiera già due, tre o chissà quante volte, e adesso immagina la smania di linciaggio che cova giorno e notte l’agorà virtuale, sempre pronta ad esplodere. Riesci a farti un’idea? Può esserci alla base anche un mero fatto estetico, sia per gli uomini che per le donne, per farti l’esempio più stupido, metti che uno si è fatto la plastica… (Mi guarda un po’ e poi ride. Inizio a odiarlo). Oppure, gli ex hikikomori, ne hai mai sentito parlare? Questi, se si riprendono, di roba da eliminare, a forza di vivere come vegetali davanti allo schermo, ne hanno veramente una valanga. La loro è una patologia ma anche le altre lo stanno diventando e non vanno sottovalutate. Poi devi tenere in considerazione che la società globale, dove reale o virtuale sono ormai un polpettone, tende sempre di più a sintonizzarsi sul domani, chi cerca di muoverne i fili mira sempre più ad estendere il controllo su ciò che accadrà o che potrebbe accadere. L’oggi è già vecchio. E quindi che c’è chi vuole agire preventivamente, e se dico preventivamente parlo di 10, 20 anni di anticipo rispetto a quelle che un giorno possono diventare complicazioni per la futura famiglia o il futuro lavoro o la futura scelta sessuale, politica o chissà che altro verrà fuori. Loro vogliono potersi concedere il lusso di resettarsi tutte le volte gli pare.

Io – All’inizio hai accennato al rischio di tilt psicofisico, siamo sicuri che sia solo una questione di reputazione e che non ci sia dell’altro che spinge a farsi suicidare?

VC – Il fascino ancestrale per la morte e la rinascita, forse. Anche la nostra, anzi la tua. Anche se virtuale.

(Tocco ferro)

Io – Non lo so, mi sembrerebbe più onesto parlare di delirio di onnipotenza, da più parti. Insisto sull’oblio: sono passati due anni da quando la Corte europea ha stabilito il diritto di poter chiedere ai motori di ricerca di eliminare dalle loro pagine i link verso contenuti che li riguardano, se inidonee o irrilevanti. E Google si è adeguato, concedendo ai cittadini europei la possibilità di inviare una richiesta per far rimuovere i link ‘scomodi’. Però noi sappiamo pure che si può eliminare un link o un profilo ma non si possono ancora cancellare definitivamente le sue tracce. Del resto ci avevano già provato quelli di Suicide MachineSeppukoo. Poi c’è una nuova piccolissima postilla che appare sempre più spesso su alcuni siti e che per fartela breve dice: se ti vuoi iscrivere al servizio che offriamo sappi che non potrai più rimuovere i tuoi di dati sensibili, questi diventano automaticamente nostri (di proprietà della compagnia) e se se ci gira li possiamo pure cedere a terzi (il che è molto probabile, se non automatico).

Di fronte a uno scenario simile mi pare che alcuni punti critici anti-oblio continuino a sopravvivere: la collocazione “fisica” dei contenuti ad esempio:

  1. La Corte europea ha dato l’ok per la cancellazione dei link ma esige pure che i contenuti non vengano eliminati. Dove finiscono allora?
  2. E la discrezionalità di Google dove la mettiamo? Secondo quali principi decide se accogliere o meno una richiesta di cancellazione visto che dice di dover “bilanciare il diritto alla privacy con quello all’informazione”? E non riesco a pensare quanto ci metterà a pronunciarsi se, appena uscita la sentenza europea, in una manciata di giorni gli sono arrivate 12 mila domande di cancellazione.

Ora dimmi, ma tu come fai a garantire l’oblio con tutte queste variabili e restrizioni?

VC – Ho seguito il tuo discorso, non fa una piega. Ma se io ti dico che il suicidio è effettivo, totale e a regola d’arte è perché so come fare. Quanto al “come” perché mai dovrei svelarti il trucco? Che razza di prestidigitatore sarei se lo facessi?

Io – Allora posso chiederti quanti di quelli che fino ad oggi si sono fatti suicidare da te hanno ricreato una nuova identità?

VC – Mettiamola così: il punto non è stare dentro o fuori una condizione. Il punto è la possibilità di evadere e casomai decidere di rientravi ma da un’altra porta. Prima tu hai parlato di onnipotenza e io di olimpo, fai la somma.

Io – Non capisco.

VC – Non devi capire tutto ad ogni costo, accontentati della risposta e assapora la possibilità di una fuga che presto o tardi verrai a chiedermi pure tu.

Io – Se credi. Da quanto tempo fai questo lavoro? Posso definirlo lavoro?

VC – Il tempo che dedico a questa attività è un concetto relativo. Potrei dirti tre anni ma dovrei poi raddoppiarli, dividerli, frazionarli, elevarli. E più che chiamarlo algidamente lavoro, lo definirei un’opera sociale.

Io – Vada per l’opera sociale. Quanto al concetto di tempo, direi di lasciar stare la matematica che non è il mio forte. Anche se la tua mi sembra una risposta un po’ da nerd. Posso sapere perché hai accettato di farti intervistare?

VC – Perché quel vago odore di romanticismo ideologico che emani è a suo modo anacronistico. Sai, la coerenza per me è fondamentale.

— Dopo la sua battuta, non sapendo se ridere o insultarlo opto per la terza via e mi taccio  —.

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Virgo Cecchini è il suo nome: se agognate un incontro con Mister Oblio cercatelo pure in rete, non troverete traccia. Invece sarà lui a trovare voi. Virgo è a disposizione solo di chi è veramente certo del passo che sta per compiere. E, dato che conosce a fondo le logiche che guidano le azioni degli utenti, sa che per trovarlo il 94% di voi tenterà tre strade, una di queste gli permetterà di risalire a te! E forse di prenderti in esame per il prossimo suicidio.

Io – Ti piace come presentazione, è così che la volevi?

— Ride sguaiato. La prendo come risposta —.

Ultima domanda: ma cosa te ne fai delle identità una volta che le hai assassinate? Hai un tuo cimitero personale?

— Si alza e prende la giacca in mano, probabilmente non mi risponderà. Peccato, volevo sapere se anche lui dà la possibilità di lasciare un testamento virtuale*. Sarà mica questo il movente? —.

Una conclusione apparentemente inaccettabile, che deriva da premesse apparentemente accettabili per mezzo di un ragionamento apparentemente accettabile.

*Come Testamento Virtuale qui non si intende quello che ora propone Facebook, ovvero la gestione di profili di persone realmente defunte. Ma qualcosa di forse un po’ più mistico, anzi, quantistico.

Parte dell’intervista è apparsa in forma cartacea su Laspro – Rivista di letteratura, arti & mestieri.

IL PARDO CHE È IN NOI. Recensione semiseria sul festival di Locarno

Dopo qualche tempo di pausa la FèF torna a parlare e lo fa mascherandosi da leopardo.

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L’arrivo.

Caldo e afa, esattamente come prima del confine. altro che nord… E la brezza del lago purtroppo non si sente. Ci avviamo (siamo in due ma la seconda identità non la svelo) verso Piazza Grande. Prima ancora di raggiungerla alle spalle del grande schermo, che è grande sul serio, con i suoi 26 metri di lunghezza e 14 di altezza, ci fermiamo a guardare un gruppo di ragazze che volteggiano come menadi contemporanee intorno a un totem tecnologico e che, con smartphone alla mano scattano affreschi istantanei ai passanti mostrando complici e divertite il risultato.

Che sarà mai?

Quest’anno, il Pardo e i suoi partner hanno realizzato una app che zoomorfizza gli spettatori. Chi se l’è scaricata sul telefonino vota e fa vincere premi, chi no, consulta sui monitor del techno-totem la galleria di facce maculate, tra cui la sua. Oltre che la mia, dato che non ho resistito.

Ecco il pardo che è in noi.

Piazza Grande

Piazza Grande

SEDIELa navicella.

Si oltrepassa l’ingresso e la storica piazza del centro di Locarno che da oramai 68 anni simboleggia il festival, ci strizza l’occhio con le sue centinaia di file di sedie brandizzate gialle e nere. Anche qui vince l’effetto maculato. È un piccolo mare di sedute a chiazze bicolore che invade il ciottolato e si arresta alle pendici del palco. Ma da questa inquadratura, a farla da padrone visivamente parlando, è la cabina di proiezione: un oggetto futuristico, una navicella sospesa dagli angoli smussati. Un design vagamente ’60, tutta misteriosamente in nero. È atterrata qui per portare nuove prospettiche visioni al mondo, si potrebbe dire con licenza quasi poetica.

CAMERA DI PROIEZIONE

Caro Sam.

Il programma del festival svizzero-italiano si contraddistingue dagli altri per un’attenzione sempre viva al cinema documento, agli emergenti, al non noto.

La sezione retrospettive, ad esempio, riserva un articolato omaggio a Sam Peckinpah. Abbiamo visto “The Losers” del 1963, un episodio della serie TV “The Dick Powell Show”. Momenti di strabiliante comicità stile muto b/n, e gli inserti canori di Rosemary Clooney carezzavano l’anima.

Ma se in molti, i maschietti in particolare, conoscono il Peckinpah che ha rivoluzionato le epopee dei cowboy a cavallo, cinici, in fondo anche romantici ma sempre disastrati, ricordiamoci che il maestro ha firmato anche regie di altri profondi e complessi capolavori: “Straw Dogs” (Cane di paglia), “The Getaway”, “Cross of Iron” (Croce di ferro), così, per citarne alcuni.

La parola al suono.

Domanda: chi per primo ha introdotto nel cinema il termine “sound design”?

Pensate al suono d’elica di un’elicottero, qual è una delle primissime immagini che vi appare?

Ok se non avete indovinato al volo servono altri indizi. Partiamo dai film cui ha messo mano. Chi c’e’ dietro l’invenzione dei suoni di Apocalypse Now”, ecco da dove arriva il suono lisergico dell’elica che gira. Di Ghost”, “La conversazione”, “Il paziente inglese” e la versione restaurata di “L’infernale Quinlan”? Chi c’è dietro i suoni del recentissimo “Tomorrowland – Il mondo di domani”. E chi si annovera 3 Oscar vinti per sonoro e immagini?

O lo sai o non lo sai, eccolo, è Walter Murch.

Insignito a Locarno del Vision Award Nescens. Che, oltre ad occuparsi del sonoro è anche montatore video, nonché traduttore dall’italiano di Curzio Malaparte e appassionato studioso di cosmologia e storia della scienza.

Durante il suo intervento di premiazione, Murch ha lanciato una proposta, una sfida anzi: trovare insieme una parola che possa rendere onore poetico-descrittivo anche alle opere di suono.

Non facile coniare un nuovo termine possa sdoganare in maniera alta e non tecnicistica anche questa arte nell’arte. Pensateci!

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Il brutto e i belli.

Non potendo parlare di tutti i film, mi sono consultata con l’identità ignota che mi accompagna e abbiamo deciso di sceglierne quindi 3, solo 3.

Partiamo da quello forse meno convincente (il brutto): “La Vanité”. Il benvenuto che il pubblico riserva al cast ci suggerisce che Lionel Baier (regista) e gli attori siano di casa. Purtroppo però, la qualità registico-narrativa non è stata all’altezza dell’accoglienza. La locandina prometteva bene: uomo e donna, due signori di mezza età che oscultano con un bicchiere la parete. Ma seppure gli interpreti ci hanno messo impegno (Carmen Maura, protagonista femminile) tutto il lavoro sapeva un po’ di stantio. E il finale non ha portato alla redenzione. Momenti di lentezza eccessivi, o mal mescolati, che non hanno raggiunto quel senso di onirica dilatazione che si ritrova in altri film dalle sfumature più visionarie. Qualche immagine tuttavia rimane impressa, come il complesso alberghiero nei ricordi del protagonista maschile. E un paio di sorrisi strappati da qualche battuta del gigolò, ma tutto qui.

LA VANITE

 Ovvero il primo dei due belli: anche se dire “bello” è un po’ un azzardo. Più appropriato dire riuscito o coinvolgente pur considerando i tempi dilatati nelle lunghe pause sonore (qui azzeccati!) che si alternano alla sottilissima presenza di dialoghi: “O Futebol”, di Sergio Oksman. Presentato a Locarno in prima mondiale, è un complicato equilibrismo tra realtà e finzione, nato dal vero incontro del regista con suo padre.

A film finito non sai se qualche istante prima stavi proprio lì, in macchina con i due uomini mentre aspettavano che terminasse la partita dei mondiali 2014, a condividere tutta la loro ansia per l’imprevedibilità del punteggio finale; se ti trovavi al bar ad osservare da un angolo nascosto il padre in piedi al bancone o, ancora, se stavi pure tu seduto nella sala d’attesa dell’ospedale. Perché come il calcio anche la vita è imprevedibile, e questa è realtà e non finzione: durante le riprese del film, Simão (il padre) viene ricoverato in ospedale per un malore e muore dopo pochi giorni.

Vedere quest’opera è stato come vivere gli ultimi e più intimi istanti di due generazioni ricongiunte. E allora diciamolo senza esitazione, bello. Bello non stona, anche di fronte alla morte, quando questa si fa poesia attraverso un’opera che non dimentica i sentimenti, anche i più aspri, ma al contrario, gli rende onore.

O FUTEBOL

L’altro, il secondo promosso a pieni voti, è “Qijng tian jie yi hao” (The Laundryman) di Lee Chung. E qui pure, tra fantasmi, sparatorie e kung-fu dire piattamente bello mica vien facile. Ma ancora una volta dal far east arrivano perle di cinema. La produzione infatti è di Taiwan. Sappiamo – lo sa chi ama le produzioni contemporanee o va tutti gli anni al Far Est Film Festival, ma pure chi da casa segue la coraggiosa programmazione del quarto canale Rai ovvero Rai4 –, come i registi emergenti dei paesi dell’estremo oriente (quelli bravi, intendiamoci!) siano in grado di spaziare felicemente tra i generi più diversi senza finire mai nel grottesco involontario e senza consegnare allo spettatore uno zuppone. Anzi, la resa è un sunto di intrattenimento spettacolare che si fa doppio, che addirittura triplica, si quadruplica, tanti sono gli stili e le invenzioni che confluiscono in una sola opera.

Ecco come, prendendo “Qijng tian jie yi hao” come esempio: una femme fatale orientale. Una lavanderia dove i cadaveri si rimescolano tra i vapori. Assassini professionisti assoldati per strambi omicidi su commissione. Una medium maldestra e innamorata. Un’allegra ma anche inquietante brigata di fantasmi tele-dipendenti. Insomma, commedia, horror, thriller, arti marziali, romantico.

Il simpatico – alla presentazione del film si è prodigato in qualche battuta d’humor – mr Chung, dopo un pluripremiato corto, a Locarno ha portato il suo primo lungometraggio. Di lui, è certo, o perlomeno ci sia augura,  si sentirà ancora parlare.

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Verso la chiusura.

Qualche serata umettata dalla pioggia: i classici acquazzoni estivi, furenti e brevi. I fedelissimi muniti di k-way, anch’essi rigorosamente gialli, che non hanno abbandonato le poltrone per un solo istante nemmeno sotto i temporali più forti. Il lounge bar allietato da buona musica, ma con cocktail un po’ striminziti. E le chiacchierate informali con i VIP: Teco Celio, noto attore ticinese, conosciuto in patria per la serie “1992”, “Zoran, il mio nipote scemo”, “Sinestesia” e “L’Amore Probabilmente”, si è aggiudicato il Premio Cinema Ticino e ha intrattenuto gli ospiti al lounge.

TECO CELIO

Ma chi ha vinto il festival?

Il pardo quest’anno è coreano:  l’oro di Locarno è andato a “Right Now, Wrong Then” (Giusto adesso sbagliato poi) di Hong Sang-soo, la storia di un incontro imprevisto (era in anticipo a un appuntamento di lavoro) tra un regista e un’artista che si rivela un amore inatteso. Con due finali che si dispiegano per due vite.

Ma noi ad essere onesti non lo abbiamo visto. Ci fidiamo della giuria però. right-now-wrong-then-one-619x348

Beyond My View Master Dreams

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[dettagli]

Già, è sempre questione di dettagli: le rocce argento a lambire il lago blu, scampoli di città in technicolor presi in prestito dagli ultimi 50-60 anni. E poi: i giganti della preistoria e le burocrazie tentacolari venute dallo spazio a bordo delle prime serie tv. Biancaneve e i sette nani si uniscono a corredo.

Eh sì, perché avvicinando gli occhi lì ci vuol poco a sentire gli insetti che ciarlano, i dischi volanti atterrare sul cucuzzolo della montagna o i cowboy che solcano le immense praterie del caro vecchio West con le pistole che urlano “Bang! Bang!” mentre le immagini scorrono via felpate.

Ogni dischetto mette in scena un universo – forse, non lo sapevamo, non ce lo hanno detto, parallelo al nostro –; o forse è una semplice rassegna di mitologie ritagliate e incasellate, viste come da un oblò. Una voluta psichedelica che avanza vorticosa verso l’iride ritmata dagli scatti di una leva che rende ancora più assurda quella che si suppone essere la realtà.

Pensate ai racconti Pitrè: allora, c’era una volta un gigante, il reuccio (che non manca mai), poi un castello e il View Master…

[special effects]

Le cronache dell’epoca ci dicono che il View Master l’ha inventato un bavarese naturalizzato americano che riparava pianoforti. Ma, come si può immaginare, i protagonisti di questa storia sono diversi e per conoscerli bisogna partire, almeno, da un secolo prima.

1833: inizia lentamente a diffondersi la fotografia e Sir Charles Wheatstone dimostra con la sua invenzione il principio della stereoscopia inserendo dei disegni in un visore con due oculari.

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Poi però Sir Wheatstone sente parlare del lavoro di Henry Fox Talbot così lo contatta per ottenere delle immagini fotografiche adatte alla visione stereoscopica. E ci riprova.

Vent’anni dopo: è il 1851 e ci troviamo alla prima Grande Esposizione delle opere dell’Industria di tutte le Nazioni, ovvero The Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations; ebbene, qui e in quello stesso anno, David Brewster – uno scienziato inglese già noto per la riscoperta del caleidoscopio – presenta il primo visore stereoscopico semplificato.

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Ma sarà un poeta (nonché medico, insegnate e scrittore), Sir Oliver Wendell Holmes ad inventare, intorno al 1860, un modello ancora più semplice di visore – poi prodotto industrialmente – conosciuto come ‘stereoscopio americano’: immagini incollate su cartoncini di formato standard (circa 14 cm di larghezza x 17,5 cm di altezza). Il pratico visore stereoscopico diventa così un oggetto da salotto, un piccolo status symbol per le classi medie che conferisce alla visione domestica delle fotografie una maggiore spettacolarità con tanta gioia di grandi e piccini.

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Ecco che la produzione di immagini stereoscopiche si trasforma in una vera industria mediale con raffigurazioni di paesaggi, monumenti e scene di (ogni) genere.

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Arriviamo al 1900. Alcune fonti tengono a precisare che fu in seguito al crollo di Wall Street del ’29 che l’America, bisognosa di nuovi ‘svaghi economici’, intravide nelle immagini in 3D spunti e opportunità  – viene da riflettere sul successo che stanno riscuotendo le stampanti 3D in tempi di crisi come il nostro, ma questa è un’altra storia –; e così negli anni ‘30 vengono fatti alcuni importanti investimenti in quelle nuove tecnologie volte a trasformare certe opportunità in un fenomeno di massa; a discapito però del mercato cinematografico dove, così viene riportato, nella visione 3D pesavano i limiti di dover dipendere da uno strumento, cui si aggiungeva poi l’affaticamento procurato alla vista dello spettatore. Che tradotto si può leggere: ecco a voi l’oggetto ideale per un uso più pratico, maneggevole, intimo e personale!

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La prima società a lanciarsi in questo mercato è stata la Tru-Vue Company di Rock Island (poi assorbita dalla Sawyer’s di Portland), con il suo particolare ed eponimo visore che consentiva al singolo utente di vedere una sequenza di immagini parallele per ogni occhio. In pratica, dei microfilm in stereoscopia. Nonostante l’immediato successo e l’apparente praticità, il sistema presentava delle falle: per cominciare, il Tru-Vue non era uno strumento adatto per la conservazione delle immagini dato che per vedere dentro il visore era necessario alimentarlo direttamente con un rullino di diapositive 35mm in bianco e nero, facendo molta attenzione alla centratura dell’immagine e a non graffiare o sporcare la pellicola. Poi c’era l’aggravante del costo delle pellicole 35mm, da sempre molto elevato.

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E comunque, ancora non si trattava di View Master.

Tuttavia la Tru-Vue ebbe il merito di rilanciare lo stereoscopio in un momento di declino del formato, sapendo interessare il pubblico tanto con soggetti paesaggistici, quanto con storie destinate all’infanzia.

(Adesso un ultimo sforzo per un piccolo salto indietro nel tempo)

Siamo nei bianchi e neri anni ’20  del secolo scorso quando un poliedrico inventore – con passioni che spaziavano dalla micologia alle automobili –  si stabilisce nell’Oregon: signore e signori ecco a voi Wilhelm Gruber, un bavarese che dalla Germania di Weimar decide di migrare per gli Stati Uniti; ma ancora un attimino, già, perché bisogna aspettare il 1938 prima che Gruber presenti la sua invenzione ad Harold Graves (capo della già citata Sawyer’s Photographic Service di Portland): trattasi di una combinazione tra la stereoscopia e la nuova pellicola a colori Kodachrome che era stata appena messa in commercio, con un visore di bakelite (poi plastica) che ricorda il visore di Brewster di un secolo prima. Praticamente: un dischetto di cartone come supporto per una coppia di 7 diapositive a colori e un comodo visore che permette lo scorrimento continuo al suo interno.

VW BAKELITE

Ed ecco finalmente a voi il View Master!

WM SET

Per rendere ancora più attrattivo il ‘giocattolo’, negli anni ’50 il servizio diventa ‘fai da te’ con una fotocamera stereoscopica 35mm e una fustella per ritagliare le diapositive: fotografie scattate amatorialmente da montare su appositi dischetti vuoti dove, qualche volta, venivano inserite immagini proibite da visionare in segreto.

viewmaster personal

In quegli stessi anni la Sawyer’s cominciò a raggruppare i suoi dischetti per soggetti similari a gruppi di 3, i View-Master reel set, proponendo sempre più spesso vere e proprie storie raccolte in bustine e corredate di un libretto narrativo.

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Purtroppo, saranno le strategie aziendali della General Aniline & Film Corporation (GAF) che acquisì il marchio, prima ancora della Fisher-Price, a decretare che quella scatolina con i dischetti, in fondo, era solo un fatto per bambini limitando così la promozione verso un pubblico di non adulti.

Che grave errore, si può dire?

[curiosità]

Per gli appassionati di pre-cinema, va detto che la stereoscopia ebbe anche una versione pubblica con il Kaiserpanorama, brevettato dal tedesco August Fuhrmann nel 1890 ma utilizzato già da un decennio prima. Un peep-show collettivo in cui più di 20 persone, sedute attorno ad una grande struttura cilindrica, godevano della stessa visione stereoscopica. Un ricordo infantile del Kaiserpanorama può essere letto in “Infanzia berlinese intorno al ‘900” di Walter Benjamin (Berliner Kindheit um Neunzehnhundert, 1938; tr. it. Torino, Einaudi, 1973).

I dischetti per View Master furono utilizzati anche per pubblicizzare l’uscita di film a 3-D, il caso più celebre è stato quello de Il mostro della laguna nera diretto da Jack Arnold. Del dischetto però, per quanto ricercato dai collezionisti, non è finora mai stata reperita nessuna copia, ne viene pertanto messa in dubbio l’esistenza nonostante esista un kit promozionale che lo reclamizzi.

Creature-from-the-Black-Lagoon

View Master: The movieHollywood’s obsession with making movies out of mundane nostalgia items continues. Remember the View-Master? Yeah, now they’re doing that. (continua) ”. Risale al 2009 l’annuncio del primo film interamente dedicato al nostalgico giocattolo. Peccato si trattasse di un sogno purtroppo (o per il momento) abbandonato: “Exclusive: View Master Movie Cancelled, Plot Revealed” (continua).

View-Master-Movie1

[commercials]

[manuals]

http://www.vmresource.com/manuals/index.html

[short movies]

the pornamster:

[cinema & tv]

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[theatre & performance]

http://www.vladmaster.com/slideshows/index.php?slideshow=7&slide=1midwest1

[podcast]

http://themoth.org/posts/stories/beyond-my-viewmaster-dreams

[view master vs virtual reality]

homemade style

cool version

turns iphone into view master-like 3d display and camera

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(… and happy birthday Black Corsair)

Donne dell’altro mondo #1

Esiste una regione tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere: è la dimensione dell’immaginazione, dove la Panspermia è un fatto e non teoria. Dove pollini, genomi e cianobatteri se ne vanno a spasso (immaginate qui un effetto ralenti) nello spazio e nel tempo, assolvendo al solenne invito «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela et cetera, et cetera».

– per farla breve: un variopinto défilé di impollinate e impollinatori cosmici –

Il resto dell’articolo lo trovate sul sito amico MOVIE MAKER MAGAZINE ma anche su L’ARCHIVIO CALTARI insieme a locandine, film completi e indiscrezioni.

(Già, un argomento come la Panspermia, per sua natura tende a fecondarsi, anche in rete)

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Usami come ti serve

«Noi tocchiamo ora ad una rivoluzione scientifica che operò nel consorzio umano il maggior cambiamento che siasi mai operato […] Tutti si avvedono come io alluda all’invenzione degli omuncoli o uomini di seconda mano, o esseri ausiliari».

Ippolito Nievo

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Ogni tanto vale la pena ricordare che Leonardo da Vinci fu uno degli ingegneri-artisti più attivi sul fronte della robotica. Pare infatti che tutta una serie di ingranaggi disegnati dal genio toscano non fossero altro che meccanismi da inserire all’interno di un’armatura per farne un essere con sembianze umane in grado di muoversi autonomamente. Che, tradotto nel gergo di oggi, potremmo definire: un post-umano.

E proprio di post-human parla Robert Pepperell nel suo Manifesto. Dove dichiara, per l’esattezza al punto 7, che: «Nell’era postumana le macchine non saranno più macchine». Sconcertante o affascinante? Tutto da vedere.

Ma cosa può generare l’effettiva inclusione  di umanoidi/androidi/post-humans nella società? La fantascienza si è spesa al riguardo, ma la realtà contingente supera sempre ogni nostra più bizzarra previsione.

Schlitzkus GIANT ROBOT

Parte il corteo:

GIÙ LE MANI, IL MANICHINO TI GUARDA!

Le vendite dei beni di lusso sono diminuite a causa della crisi? Alcuni rivenditori hanno pensato bene di offrire un nuovo particolarissimo prodotto su misura per i commercianti: manichini bionici dotati di una videocamera che cattura le immagini dei clienti e dei passanti. Un software di riconoscimento facciale permette di identificare le persone in base a sesso, età e razza.

Ecco a voi i manichini EyeSee! Realizzati da Almax, un’azienda italiana con sedi a Como, Parigi, New York e Toronto. Costano circa 4.000 euro al pezzo. In alcuni aeroporti vengono usati per identificare malintenzionati, nel tentativo di prevenire i furti. Ma a cosa servono messi in vetrina? Ti/ci studiano, personalizzano le offerte e fidelizzano i clienti. Ovvio, no? Le informazioni raccolte vengono utilizzate per allestire le boutique; se è il caso, per modificare il layout dello store; per creare promozioni o nuove linee adatte ad un target ben ‘identificato’. Qualche esempio: un noto marchio ha lanciato una linea di vestiti per bambini dopo aver scoperto, chiaramente tramite gli EyeSee, che la clientela pomeridiana è costituita in maggioranza dai più piccoli. Un altro negozio ha notato che un terzo dei visitatori dopo le 16 è di origine asiatica, per cui ha deciso di assumere dipendenti che parlano cinese.

Almax sostiene che le immagini non vengono conservate, per cui è sufficiente avere la licenza per la TV a circuito chiuso. Ma questa nuova pratica commerciale potrebbe considerevolmente incidere sulla privacy dei consumatori.

Non finisce qui: la prossima generazione di EyeSee sarà in grado di interpretare le parole pronunciate dai clienti, in base alle quali verranno mostrati su uno schermo i prodotti più adatti alle loro preferenze.

E siamo solo all’inizio.

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QUELLI DA CUI NON RIUSCIREMO (MAI?) PIÙ A LIBERARCI

È appena stato presentato alla Human-Computer Interaction conference di Birmingham, Savvybot: un robottino sviluppato e costruito da Nuno Gato e dai suoi colleghi della Robosavvy di Londra.

Se da un lato della rete aumenta il numero di utenti che per motivi di privacy celebrano il funerale del proprio profilo fb, dall’altro nasce Mr Savvy che interagisce con noi entrando in contatto guarda un po’ proprio tramite i social network.

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GEMINOID F.: STASERA È DI SCENA L’ANDROIDE

Il quotidiano La Repubblica ha di recente intervistato il drammaturgo Ozira Hirata per conoscere le capacità attoriali della sua creazione.

Come si muove in scena Geminoid F.? «Ha due possibilità: o essere azionato da un tecnico dietro le quinte, con la voce di un’attrice anche lei nascosta. Oppure il suo ruolo è memorizzato ed eseguibile, sempre uguale, infinite volte».

geminoid f - 2

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SE INVECE PARLASSIMO DI OLOSTAR?

Hatsune Miku è una creazione della Crypton Future Media, azienda giapponese che non solo ha inventato la voce della cantante — grazie a un sintetizzatore vocale della Yamaha, “Vocaloid” — ma ne ha anche realizzato un corpo olografico per farla interagire con il pubblico.

Per mantenere la voce di Hatsune il più realistica possibile, gli è stata  impostata come base vocale quella di una nota doppiatrice di anime giapponesi, Saki Fujita, che ha già fatto parlare i protagonisti di grandi successi come Bleach, Avalon Code, Angel Beats! e Kekkaishi.

Hatsune Miku ha esordito da spolista con “Stargazer”, era il marzo 2010. I brani e gli show della olostar sono distribuiti su DVD e Blu-ray. in arrivo anche il videogame “Hatsune Miku Project Diva”.

INTANTO LA MUSICA RISORGE CON LE OLO DELLE STELLE DI OGGI (MA ANCHE DI IERI)

 

ROBOTICI MOULIN ROUGE IN SALSA ASIATICA

Si tratta di uno spettacolo telecomandato di luci, danze e cabaret. Il biglietto d’ingresso è di 32 euro, cena inclusa.

Al Robot Restaurant di Tokyo possiamo trovare (manovrate da avvenenti ma muscolose ragazze in bikini) gigantesse che danzano tra i tavoli e che inscenano sexy show per un pubblico probabilmente poco interessato alle specialità dello chef. Infatti il menù è un po’ esiguo: solo tre piatti. Forse perché è più facile ottenere una licenza per la ristorazione che per l’impiego pubblico di robot ciclopici, ragazze dell’esercito, bande musicali e spettacoli in motocicletta.

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METTI UNA SERA A CENA  

Sì, A PATTO CHE A SERVIRMI SIA UN ROBOT!

A Harbin, nella provincia Heilongjiang in Cina, un piatto costa tra i 5 e gli 8 dollari e l’atmosfera è alquanto singolare. Tutto il personale, dal cuoco ai camerieri per un totale di diciotto elementi, è composto interamente da automi. Mentre i clienti gustano le portate al tavolo, un pet (chiaramente robot) intrattiene i più piccini. Sviluppati e gestiti dal Liu Hasheng e il suo team di ingegneri, i robot sono stati realizzati dalla Harbin Haohai Robot Company che ha investito nel ristorante circa 640mila euro.

Ad attirare i nuovi clienti e ad illustrare loro le specialità della casa, dei piccoli umanoidi posti all’entrata.

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L’ANTENATO

Errare è umano, ma per i tedeschi deve essere tremendo. E’ così che a Norimberga nel 2008 è nato il primo ristorante gestito in maniera robotizzata: è il Beggar’s.

UN TEMPO C’ERANO GLI ANIMALI DA SALOTTO, OGGI I CANI DA SMARTPHONE

Si tratta di un follow-up per i-SOBOT, un robot bipede uscito nel 2007: i-SODOG è destinato a clienti di tutte le età.

Dotato di sensori sulla schiena e la testa — un sensore biometrico nel naso gli consente di comunicare con gli altri ‘lui’ —; è in grado di riconoscere circa 50 parole. I-SODOG tende la zampa, si accuccia a comando ma sa anche ballare a ritmo di mp3. Può essere controllato tramite un’app dallo smartphone. I punti che conquista quando lo porti fuori a passeggio (fa punti se ti riporta l’osso?) possono essere convertiti in cibo, ovviamente virtuale. Se due esemplari entrano in comunicazione e magari uno dice di aver fame, l’altro potrebbe rispondergli: “OK, andiamo a mangiare insieme!”. Il pet che non sporca è sviluppato da Tomy. Costo? US $ 400, tasse incluse.

dog robot smarphone

E QUANDO I PIU’ BELLI SI FANNO OBSOLETI? DRITTI AL MUSEO

 

SE QUALCUNO RISCHIASSE DI CONFONDERSI ASPETTANDO CHE L’I-DOG FACCIA DAVVERO I SUOI BISOGNI, O INVIANDO LETTERE D’AMORE A UN OLOGRAMMA?

NO PROBLEMA,  PUÒ SEMPRE FARE IL TEST DELLA STANZA CINESE

La fantascienza è rossa (ma con Beatitudine)

La fantascienza non solo è femmina ma è anche russa (quindi rossa) e in più è classica.

La Beatitudine teatrale di Michail Afanas’evič Bulgakov ne è la prova.

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Qualcuno potrebbe definirlo ‘realismo fantastico’, altri preferiscono parlare di ‘illusione (fanta)scientifica’ del primo ventennio del secolo 900. Ma sempre riferendosi a Bulgakov, perché è lui il nostro autore di genere. Un classico ma di genere.

Ci parla di Beatitudine (e altri vizi) Fabrizio Parenti, attore, regista e drammaturgo. Ma soprattutto gran lettore, come ama definirsi.

F.P.: Intanto Bulgakov aveva un rapporto molto stretto con la scienza, era, se non mi sbaglio, un medico specializzato in dermatosifilopatologia. Pensandoci, tra i grandi autori teatrali russi abbiamo lui e Čechov, entrambi uomini di medicina;  tra l’altro nella letteratura russa, un certo filone scientifico è, se non onnipresente, spesso ricorrente. Ma chiudiamo la parentesi.

Bulgakov, in tutta la sua produzione, sia teatrale che letteraria, credo si possa a pieno titolo definire scrittore di fantascienza. Nei famosissimi racconti Le uova fatali (noto in Italia al grande pubblico grazie al celebre sceneggiato RAI)  o nel romanzo breve Cuore di cane, il plot nasce da un esperimento guarda caso scientifico che, pur eseguito con le migliori intenzioni – considerato il periodo storico e quindi gli ideali socialisti della nascita dell’uomo nuovo (homo sovieticus) – sfocia con umorismo nella Tragedia.

(locandine del film Le uova fatali)

uova fatali film uova fatali 1

(copertine de Le uova fatali)

uova fatali 4 uova fatali 5 uova fatali 2 uova fatali 3

Chiaramente il pessimista Bulgakov non ha particolare fiducia nell’uomo e, pur essendo medico, neanche nella scienza, anzi: considera quest’ultima una forma di stregoneria moderna posta al servizio dell’ideologia socialista come ‘il braccio armato’ della fallimentare salvezza sociale umana, vaticinata dal regime stalinista. E in questo conflittuale rapporto con la materia, si trova in compagnia dell’amico Jean-Baptiste Poquelin, ovvero Molière, il quale, si sa, aveva pessima considerazione dei medici.

Parlando di teatro, un testo straordinario e purtroppo poco rappresentato è “Beatitudine”  [Blaženstvo] che esiste in una versione parallela (con leggere differenze) e con diverso titolo: Ivan Vasil’evič ovvero Ivan il Terribile.

(locandina film Ivan Vasil’evič cambia professione)

Ivan Vasil’evič cambia professione film

Qui uno scienziato disoccupato e un po’ nullafacente viene abbandonato dalla moglie, un’attrice che si è innamorata del protagonista della piéce in cui sta recitando, ovvero l’uomo che veste i panni teatrali di Ivan il terribile. L’affranto marito decide di costruirsi una macchina del tempo in casa (parliamo di un palazzo moscovita ai tempi della NEP) quando gli fa visita l’amministratore dello stabile, mentre nell’appartamento accanto a loro entra un ladro. Inavvertitamente la macchina si avvia e i tre (il ladro, l’amministratore e lo scienziato) vengono trasportati nel futuro: Mosca anno 2222, la città della gioia e della serenità; ovvero BEATITUDINE.

Nel frattempo, la Time machine è rimasta aperta e, con gran furore, fa capolino nel presente (degli anni ’20) il vero Ivan il terribile. Che la moglie dello scienziato, tornata pentita all’ovile, scambierà per il suo ex amante…

Mi fermo qui perché credo sia meglio leggersi la commedia colma di momenti di ironia e satira politica, tra l’altro, ancora validissimi anche in differente regime politico. Beatitudine è, mio avviso, una delle commedie di Bulgakov più erroneamente sottovalutate e meno, o per nulla, rappresentate. Credo che, in generale, a tutto il suo teatro dovrebbe andare maggiore attenzione. Perché Bulgakov è un classico moderno, ha una scrittura capace di sperimentare su linguaggi e stili che vanno, come ci ha mostrato, dalla fantascienza al pulp.

bulgakov teatro russo 1930 bulgakov teatro bulgakov teatro russo 1020

Un autore che, oltre all’amore per la science-fiction, e pur essendo uomo di formazione scientifica, ha sempre avuto un grande interesse per il misterico e per l’esotismo. Per cui non si può non citare, parlando di lui, un capolavoro assoluto: “Il Maestro e Margherita” dove la figura di Satana diventa  per la prima volta moderna, ispiratrice di tutte le successive versioni/rivisitazioni declinate alla musica e al cinema. SYMPATHY FOR THE DEVIL dei Rolling Stones nasce dalla lettura di Mick Jagger del libro.

Quanto a Cuore di cane (intitolato dapprima “Felicità di cane”) ebbene, qui  lo stesso Bulgakov si sente un po’ un Satana degli anni ’20, mentre gode con ironia dell’inevitabile fallimento di ogni speranza di redenzione dell’uomo, che considera bello perché cialtrone.

(copertine del romanzo breve Cuore di Cane)

cuore di cane 4 cuore di cane 1 cuore di cane 2

(locandina dello del film)

cuore di cane 3

Il povero cane che inizia il romanzo breve con un ‘io narrante’, racconta di venir sottratto al freddo della gelida notte da Filip Filipovic Preobrazenskij, l’andro-ginecologo che è il prototipo ideale dello scienziato Bulgakoviano e, sempre per ironia satanica, è descritto come possibile Dio.

La vicenda è ambientata nei primi anni della rivoluzione russa e il medico-scienziato di fama mondiale è alla ricerca di qualcosa che arresti la vecchiaia e ringiovanisca. Così tenta, col supporto del suo fanatico assistente, un funambolico esperimento: trapianta in un randagio di nome Pallino, l’ipofisi di un uomo giovane appena deceduto.

L’esperimento riesce, almeno nella forma: dalle spoglie di can Pallino, nasce (e sceglie da sé il proprio nome) il signor Poligraf Poligrafovic Pallinov: tipico esempio di parassita sociale. Beve, ruba, fotte (mette incinta una fanciulla) e getta nello sconforto lo scienziato-creatore e tutta la nomenclatura socialista dell’epoca.

Con Cuore di cane non vado oltre, limitandomi a lanciare un invito alla lettura. Ma non senza un’ultima nota ironica che la dice lunga sull’attualità di Bulgakov: il medico che effettua l’esperimento è famoso come studioso di tecniche di riproduzione e attività sessuale. Praticamente un attuale sessuologo ed esperto di fecondazione assistita.

Extra:

Ivan Vasil’evič cambia professione è un film del 1973 diretto da Leonid Gaidai, commedia ispirata a “Ivan Vasil’evič”.

Nel cinema Cuore di cane ha invece ispirato sia Alberto Lattuada che Vladimir Bortko.

Negli anni settanta la RAI ha trasmesso uno sceneggiato televisivo in 2 parti intitolato, appunto, Uova fatali, per la regia di Ugo Gregoretti, con Gastone Moschin e Alessandro Haber. Mentre un adattamento radiofonico è stato trasmesso il 17 aprile 1981 nel programma Nightfall della CBC.

Nel 1996, Sergei Lomkin ne ha diretto una versione per il cinema.

Figlie delle stelle

Fantaletteratura: eroine e amazzoni di carta e in celluloide

Supereroi, paladini della giustizia, vendicatori, guerrieri intergalattici, robot e androidi. Quanti ce ne ricordiamo? Quanti ne abbiamo scoperti e a quanti ci siamo affezionati durante l’infanzia?

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La science fiction è costellata di mitici personaggi maschili, dotati di superpoteri, capaci di grandi atti di forza. Eppure, se volessimo dare a questo genere una lettura tutta femminile, scopriremmo con sorpresa che ci sono anche moltissime eroine da ricordare. Fantascienza, fantasy, horror e gotico sono generi letterari, cinematografici, televisivi e fumettistici, costellati di grandi donne. Tanto nelle fiabe e nei poemi epici (gli antenati del genere fantastico); quanto nei romanzi, al cinema, nei fumetti e nei cartoni animati.
Il nome “Barbarella” vi dice nulla? È un vecchio film di fantascienza, del 1968, diretto da Roger Vadim. Un’eroina di carta partorita in realtà dalla fantasia e dalla matita di un illustratore, Jean-Claude Forest. Le cronache dell’epoca dicono che, nonostante l’audace protagonista fosse interpretata da  Jane Fonda, al suo debutto sul grande schermo l’opera venne considerata un flop. Ma, non appena  uscì in home video scoppiò letteralmente il culto.

A questo punto  è doveroso citare l’indomita Venus del Grande Mazinga, con i suoi invidiabili missili perforanti. E, a seguire, in questa hit parade del fantastico, ecco sfilare in passerella tutte le altre figure femminili che hanno affiancato Goldrake, Geeg robot d’acciaio, Capitan Harlock, Gundam, Daitarn III. Tutte quante sono diventate icone, non solo degli anime (traslitterazione giapponese della parola inglese animation, “animazione”) ma icone di genere, in senso biologico, femminile appunto. Hanno lottato di fianco all’eroe fino a che non si sono prese uno spazio tutto loro, come Lamù: un manga pubblicato in Giappone dal 1978 al 1987, scritto e disegnato da Rumiko Takahashi, dal quale sono stati nel tempo tratti una serie di ‘piccantissimi’ cartoni, sei film e dodici video originali.

Tornando alle protagoniste di celluloide, nella nostra lista cappeggia Anne Francis, la memorabile interprete di The Forbidden Planet (Il pianeta proibito, 1956); Sean Young – e qui parliamo di tempi più recenti – in Blade Runner. Kelly LeBrock – La donna esplosiva, che è sicuramente adatta ai nostalgici. Osannata in patria e all’estero la Monica Bellucci di Matrix (Reloaded e Revolutions). Anche  Gillian Anderson con la serie di X-Files ha spopolato ovunque come in passato accadde per Diana Prince, ovvero Wonder woman. Ma dove mettiamo la prode Sarah Connor di Terminetor & sequel? Non pensiate poi che l’indifesa fanciulla rapita da King Kong e fatta sventolare da un grattacielo, non rientri nell’elenco.

Un intero capitolo andrebbe dedicato alle autrici di letteratura di genere. Dove compaiono nomi come Mary Shelley, Marion Zimmer Bradley, Ursula K. Le Guin, Marie Corelli, Andre Norton, Jacqueline Carey, Jk Rowling; o le nostre Mariangela Cerrino, Licia Troisi, Roberta Rambelli. Moltissime furono costrette a scrivere sotto pseudonimo maschile per vedersi pubblicate. E la loro produzione è stata infinitamente proficua e determinante a favore del genere.  La fantascienza femminile, a partire dagli anni ’70, trasforma la fantascienza classica da una lotta abbastanza banale tra l’uomo e gli altri, ad un modo alternativo di rivedere la gerarchia fra sé e l’alieno; aprendo, in quegli anni, degli spazi di immaginazione all’interno dei quali accogliere la ‘differenza’.

Oggi non solo la fantascienza femminile non ha nulla da invidiare a quella di Dick, Heinlein e Farmer, ma ha anche tutte le carte in regola per superarne i fasti. Una motivazione ce la suggerisce la stessa Le Guin: secondo la scrittrice, le donne hanno una concezione della società diversa dagli uomini, in quanto preferiscono la collaborazione alla gerarchia, la persuasione alla forza, la ricerca del consenso all’uso della forza bruta.

E la vostra eroina stellare chi è?

Sitografia:

–          “Quando la fantascienza si fa donna” di Riccardo Di Stefano, daily.wired.it

–          www.immacolatariccio.it/lavori/donne/archivio-delle-donne/

Sf: autrici donne (identità celate)

Sembra che Lois McMaster Bujold (autrice dell’indimenticabile Gravità Zero e dei romanzi del ciclo dei Vor) abbia elogiato il libro Nata dal Vulcano di Tanith Lee perché una donna aveva scritto un libro da un punto di vista femminile. Le donne che scrivevano fantascienza, lo facevano sempre da un punto di vista maschile perché lo schema dell’avventura era concepito per gli uomini. Sembrava scontato che a leggere fantascienza fossero solo uomini e quando una lettrice si accostava a questo genere, si credeva lo facesse solo perché, stufa delle solite occupazioni femminili, sognava di evadere nel mondo della fantasia.

Forse per questo motivo, negli anni ’50 e ’60 molte scrittrici italiane di fantascienza hanno usato pseudonimi maschili e/o anglosassoni.
Per esempio:
Leonia Celli si firmava Lionel Cayle
Bianca Nulli usava il nome Norah Bolton e anche Beryl Norton
Maria de Barba (Marren Bagels)
Nora de Siebert (Norman McKennedy)
Laura Pallavicini (Lorraine Parr)
Lina Gerelli (Ester Scott / Elizabeth Stern)
Vera Cagnoli (John Sigma, usato anche da Ubaldo Tambini)

Roberta Rambelli (Jole Pollini Rambelli 1928-1996) la famosa traduttrice di tutti i principali best-seller dall’inglese è un caso particolare. Ha usato molti pseudonimi maschili, inizialmente perché numerosi suoi libri erano stati pubblicati nella stessa collana, e l’editore Ponzoni voleva evitare che i lettori si accorgessero che in realtà la scrittrice fosse solo una. Ha comunque continuato a usare diverse identità anche per firmare traduzioni e articoli.

Ha firmato i suoi libri come: Robert Rainbell, John Rainbell, Joe C. Karpatí, Rocky Docson, Hunk Hanover, Igor Latychev, Jole Pollini (Pollini è il suo cognome da sposata).
Come traduttrice, ha usato gli pseudonimi di: G. P. Errani; C. Gavioli; M. Gavioli; Romolo Minelli; Lucia Morelli; Lucia Moretti; G. Pollini; Jole Pollini; Lella Pollini; Jole Luisa Rambelli; Luciano Torri

Il romanzo del 1959 I creatori di mostri pubblicato da Ponzoni Editore con lo pseudonimo di Robert Rainbell, è stato poi ripubblicato nel 2007 nella collana Urania Collezione da Arnoldo Mondadori Editore, con il nome di Roberta Rambelli.

La storia racconta di una malattia che si sparge tra gli esploratori di una astronave: sempre più persone cominciano ad avere delle allucinazioni di mostri. Si scorpirà che si tratta di un attacco psicologico da parte di una strana razza aliena.

Tutti i romanzi pubblicati nel 1960 che seguono, anche se attribuiti ad autori diversi, sono stati scritti da Roberta Rambelli:
1960 Le stelle perdute (Robert Rainbell)
1960 Oltre il domani (Robert Rainbell)
1960 I demoni di Antares (Joe C. Karpati)
1960 Dodicesimo millennio (Joe C. Karpati)
1960 Perché la Terra viva (Robert Rainbell)
1960 L’ombra ed io (A. Robert) pubblicato anche in francia L’Ombre et moi (A. Roberto)
1960 Alla deriva nello spazio (Rocky Docson)
1960 Uno straniero da Thule (Robert Rainbell)
1960 I giorni di Huskad (Hunk Hanover)
1960 il ciclo: Nove storie per nove pianeti in appendice a numerosi libri (John Rainbell)

AUTRICI AMERICANE DI FANTASCIENZA CHE HANNO USATO PSEUDONIMI MASCHILI

Lo stesso problema era presente negli Stati Uniti. Alcune delle autrici che hanno dovuto celare il loro vero nome con uno maschile sono:

Alice Sheldon (James Tiptree)

Alice Mary Norton (Andre Norton)
Gertrude Barrows Bennet (Francis Stevens)
Diane Detzler (Adam Lukens)
Joan Holly (J. Hunter Holly)

Altre hanno nascosto la loro identità femminile firmando solo con le iniziali. Per esempio:
E. Mayne Huul
M.F. Rupert
C.L. Moore
L.T. Hansen
C.J. Cherryh

CHI HA MANTENUTO IL VERO NOME

Ci sono anche scrittrici che hanno mantenuto il nome, come l’autrice di Frankenstein, Mary Shelley e quella di Guerre stellari, Leigh Brackett

Anche l’americana Audrey Niffenegger ha mantenuto il suo nome quando ha firmato il suo originale romanzo La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo (The Time Traveler’s Wife) del 2003. Se pensavate che sui viaggi nel tempo era già stato scritto tutto, dovrete ricredervi.

In Italia hanno mantenuto il nome femminile anche:
Gloria Tartari
Giovanna Cecchini
Paola Pallottino
Daniela Piegai
Carla Parsi Bastogi

Paola Pallottino, scrisse anche fantascienza. I suoi racconti furono pubblicati sulla rivista italiana “Galassia”.

Daniela Piegai (Píegai-Frattini)

Parola di alieno
I Dumbar, razza utopistica si trovano a combattere dei feroci alieni. La guerra coinvolge anche i terrestri che riescono, nella loro imperfezione, a salvare il mondo
Per la Nord ha pubblicato anche: Ballata per Lima e con L. Aldani Nel segno della luna bianca
Nella sala narrativa sono presenti alcuni racconti che ci ha gentilmente mandato l’autrice.

Gilda Musa ha scritto diversi romanzi:
Le grotte di Marte assieme a Inisero Cremaschi
Esperimento Donna (dal racconto Terrestrizzazione).
Festa sull’asteroide, (antologia di racconti)
Trenta colonne di zeri (racconto)
Dossier extraterrestri (scritto assieme al marito)
Giungla domestica, (giallo psicologico)
Un naufrago su un pianeta di umanoidi, si innamora di una locale. Alla fine sconvolgerà il loro equilibrio finendo per farli diventare umani, simili ai terrestri.
Marinella super (per ragazzi)

Anna Rinonapolí scrisse dei racconti a grotteschi, contro la purtroppo famosa burocrazia italiana

Sfida al pianeta
Esploratori trovano un palazzo di cristallo su un pianeta. Le avventure li porteranno a rinunciare alla civiltà per rimanere nel palazzo sul pianeta per fondarne una migliore.

Nicoletta Vallorani ha vinto il premio Urania 1992 con la storia di una detective sintetica: Il cuore finto di DR, pubblicato su Urania numero 1215.

Un romanzo pubblicato nel 2010 è: I signori dell’armonia di M. C. Giordano (anche lei usa solo le iniziali del nome). Un romanzo che racconta l’avventura di Jay Sun, una intraprendente ragazza pilota, con gli Helt, antipatici alieni che si definiscono l’Unica Razza Perfetta dell’universo. Le 640 pagine si leggono bene e l’autrice ci ha confidato che sta già lavorando al seguito.

Fonte: http://www.steppa.net/html/fanta/scifi5.htm


La vera storia di Wonder Woman

Teorico del femminismo, Marston, come asserì poco prima della sua morte, avvenuta nel 1947, creò il mito di Wonder Woman per dare un simbolo alle donne, un modello che fosse in grado di portare avanti con forza le loro idee ed il loro mondo:

« Il miglior rimedio per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman ed in più il fascino di una donna brava e bella. »

(William Moultom Marston)

Il suo esordio e la sua carriera sono, poi, uniche ed incredibili soprattutto perché la maggior parte degli eroi dei fumetti e dei pulp magazine di quel periodo erano incentrati intorno alla figura di un maschio forte ed avventuroso, pronto a salvare la fanciulla di turno e a mostrare muscoli e cervello fuori della norma. In maniera abbastanza incredibile Wonder Woman divenne, ben presto, la protagonista di ben quattro testate: una a sé intitolata, Wonder Woman, che esordì nell’estate del 1942, quindi sul già citato All Star Comics e su Sensation Comics, dove venivano pubblicate principalmente le avventure della Justice Society of America, nei cui ranghi era entrata nel corso del n. 12 di ASC; e infine sulle pagine di Comics Cavalcade, pubblicazione trimestrale dove era possibile leggere anche le avventure di Flash e Lanterna Verde.Ammantata dei colori della bandiera statunitense, il personaggio fa il suo esordio sul n.8 di All Star Comics (1941), per poi diventare uno dei personaggi più inarrestabili di tutta l’editoria a fumetti di genere supereroico.

Il personaggio supera la crisi che negli anni cinquanta colpisce l’industria dei comics a causa della ben nota crociata del dr. Wertham (Seduction of the Innocent, 1954) che accusa i fumetti di minare l’integrità morale dei giovani lettori. In particolare Wonder Woman, con i suoi vestiti ed i suoi modi disinibiti, era ritenuto un pessimo esempio per le fanciulle del paese e le situazioni sull’Isola Paradiso al limite dell’omosessualità. La creazione di severe regole da parte della Comics Code Authority, unite al fatto che già dal 1947 Marston era morto lasciando le redini della serie ad altri scrittori più tradizionali, causò una involuzione qualitativa e l’abbandono del femminismo convinto. È di questi oscuri decenni la creazione di Wonder Girl, dell’aereo invisibile e di altre situazioni assurde o romantiche che si allontanarono dallo spirito originario del personaggio.

A partire dal 1968 gli autori Mike Sekowsky, Dennis O’Neil e Dick Giordano rivitalizzarono la serie cambiando radicalmente lo status del personaggio che alla fine degli anni sessanta risultava totalmente anacronistico. Wonder Woman perde tutti i suoi poteri, abbandona il costume tradizionale ed assume l’identità di Diana Prince. Grazie all’aiuto di un nuovo personaggio, I Ching, si addestra nelle arti marziali e affronta tutta una serie di avventure che, pur in uno stile totalmente diverso, ritrovano l’antico spirito del personaggio. L’esperimento avrà successo e la serie di Wonder Woman sfugge ancora una volta alla chiusura, ma durerà fino al 1973 quando i poteri e il costume saranno ripristinati e le storie riprenderanno quelle della Golden Age, riscritte e ridisegnate.

Cambiamenti, però, arriveranno nuovamente: con il n.329 di Wonder Woman del 1986, il matrimonio con Steve Trevor chiudeva l’era di Diana Prince per aprire quella della principessa Diana.

Dopo Crisi sulle Terre infinite, infatti, la serie ricominciò dal numero 1 la pubblicazione delle avventure di Wonder Woman, che venne affidata a George Pérez, il quale prese al volo l’occasione per rivoluzionare non poco il personaggio, legandolo sempre più alla sua tradizione greca. Questo arco di storie (una sessantina o poco più) sono probabilmente le migliori mai realizzate sul personaggio, grazie alle quali Perez dimostrò tutta la sua bravura non solo come disegnatore, ma anche come narratore.

Nel luglio 2010, in occasione dell’uscita del seicentesimo numero della sua serie, DC Comics ha rinnovato il costume dell’eroina, ad opera di Jim Lee, con un paio di pantaloni neri attillati, un corsetto rosso e una giacca blu.

 E fin qui abbiamo sentito la versione dei fatti pubblicata su WIKIPEDIA alla voce WONDER_WOMAN.

Ma siamo proprio sicuri di condividerla? O ne esistono altre (di versioni) che magari un po’ divergono e che propongono un’altra lettura dei fatti. mi riferisco a quella di Franco Fossati apparsa sul n. 11 di ROBOT , rivista di fantacienza, nel febbraio del ’77 (Armenia Editore).

Fossati nelle ultime righe di WONDERWOMAN, L’AMAZZONE (così titotoala il suo approfondimento) riferendosi al personaggio del fumetto, scrisse: “Dopo un successo che durò ininterrottamente per parecchi anni, la sua popolarità cominciò a decadere, un po’ per il mutare dei gusti e un po’ per l’abbandono di Peters che aveva contribuito non poco, col suo disegno, al successo. Dopo aver vivacchiato per alcuni anni gli editori decisero di <<modernizzarla>>, ma senza riuscire ad interessare ancora i lettori.  Si cercò di imitare lo stile delle prime storie. Ma il nuovo insuccesso convinse gli editori a mutare completamente il personaggio: persi gli ultrapoteri ed eliminata la particolare atmosfera che caratterizzava le sue avventure, Wonder Women è stata molto modernizzata sino a non avere più alcun riferimento col modello originale ed è effettivamente caduta nel dimenticatoio”.

Sarà ma la versione pubblicata su ROBOT mi sembra più verosimile. Con tutti i rispetti alla libera enciclopedia della rete.

Lo scritto di Franco Fossati è reperibile QUI

LA FANTASCIENZA E’ DONNA

Eh già, lo diciamo anche noi.

Sta di fatto che LA FANTASCIENZA E’ DONNA è il titolo della conferenza che ha esplorato la storia segreta o poco nota di alcune menti femminili dietro alle due serie televisive di fantascienza più longeve dell’occidente: “Star Trek” e “Dottor Who“.

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L’incontro si è tenuto il 19 novembre a Chiavari presso la Sala Livellara, con la collaborazione del Circolo del Cinema Dodes’ka-den e la Uicc – Unione Italiana Circoli del Cinema e con il patrocinio e il contributo del Ministero per i Beni Culturali e del Turismo.

A condurlo Daniele Clementi, Presidente della Uicc – Unione Italiana Circoli Cinema, che ha narrato trame e mostrato materiale raro, perlopiù inedito, su queste importanti ma dimenticate figure femminili che hanno ispirato le grandi serie televisive.

Clementi ha indagato su quanto il lavoro della donna nel prodotto di intrattenimento televisivo degli anni 60′ sia stato specchio fedele della storia dell’emancipazione femminile occidentale fino al mondo di oggi.

“Il Cinema, soprattutto nel passato, ci ha abituati a vedere uomini destinati a divenire eroi e guerrieri del nostro immaginario, segregando le protagoniste a posizioni secondarie, così come nel racconto filmico e letterario anche nella società questo modello si è in qualche modo imposto non lasciando mai o quasi mai centralità al processo creativo femminile”.

Ecco, adesso immaginate quel faccino che vedete nel banner in alto, qui su questo blog, aprire tutto a un tratto gli occhi, togliersi il casco, uscire dallo schermo, attaccarsi al telefono e comporre il numerino di Daniele Clementi — insomma, la sottoscritta si è sentita chiamata in causa — per chiedere all’esperto un quadro aggiornato sullo stato dell’arte ‘donne-fantascienza’. Doveroso, no?!?

Ecco il frutto di quella chiacchierata:

LFèF – Caro Daniele, guardando ai prodotti seriali per la TV ma anche al cinema di oggi, cosa è cambiato secondo te nella rappresentazione della figura femminile se parliamo di fantascienza?

DC – Dobbiamo fare un salto nel tempo, ricordandoci a quali condizioni si trovavano le donne che scrivevano di fantascienza nei primi anni 50′ americani, un tempo dove essere donna o essere una persona di colore significava essere limitati negli spazi espressivi e di realizzazione personale, non era tanto diverso in Italia naturalmente. Le donne scrittrici si firmavano con pseudonimi maschili o nascondevano il loro nome di battesimo indicando solo le iniziali e poi il cognome, in questo modo i lettori consumavano storie scritte da donne senza sapere che erano tali. Credo che la storie delle serie di Star Trek sia una perfetta cartina tornasole per rispondere alla domanda. Ai tempi delle prime puntate della serie americana l’autrice Dorothy Fontana nascondeva il suo genere di appartenenza firmando gli script con il nome D.C.Fontana. Il primo pilota di Star Trek venne bocciato per tante ragioni ma una di queste fu, per memoria dello stesso Roddenberry, proprio la presenza così importante di una figura femminile nell’equipaggio. La compagna di Gene Roddenberry, Majel Barrett, non poté impersonare il ruolo di primo ufficiale nella serie originale di Star Trek proprio perché donna e si preferì assegnare ad un maschio alieno quel ruolo, il Signor Spok (Leonard Nimoy) diventò il primo ufficiale, naturalmente era un personaggio di grande fascino che diede un notevole contributo alla serie ma fu un peccato perdere una figura femminile così importante.

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Sul ponte della nave comparve comunque una donna di colore in un ruolo meno forte e ciò nonostante la sua presenza fu importante ed aiutò perfino la causa di Martin Luther King dimostrando quanto si potesse fare per la società con una storia fantastica di 45 minuti alla settimana.

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Abbiamo dovuto aspettare gli anni 90 per trovare una donna primo ufficiale nel mondo di Star Trek con la serie Deep Space Nine (che aveva peraltro un capitano di colore) e qualche anno dopo per avere finalmente una donna al comando con la serie Voyager.

LFèF – Le grandi produzioni televisive internazionali iniziano a chiedere esplicitamente progetti con ruoli femminili meno ancillari e più attivi, lo hai rilevato anche nelle produzioni di genere? A tuo parere è una questione di emancipazione o sono scelte dettate da algoritmi?

DC – Oggi la presenza femminile è sempre più importante nel racconto televisivo, lo capiamo guardando una serie fantasy come IL TRONO DI SPADE ma anche studiando la funzione centrale dei personaggi femminili della prima stagione di WESTWORLD. L’uso dei modelli di scrittura classici teorizzati da Chris Vogler si sono finalmente arricchiti delle teorie post junghiane del viaggio dell’eroina enunciate da Maureen Murdock, quest’ultima sembra aver chiaramente ispirato l’evoluzione narrativa delle donne delle due serie citate e prodotte dalla HBO. Credo che il pubblico, e così l’inconscio collettivo che teorizzava Jung, sia soggetto a continue mutazioni condizionate dal bisogno di mantenere alcune certezze nella logica del racconto ma al tempo stesso di rinnovare e stupire mantenendo la soglia di attenzione alta nello spettatore. Penso che questi cambiamenti non avvengano pertanto solo per rimando ideologico o sociologico ma perché si sente il bisogno di qualcosa di nuovo o di riscoprire qualcosa di molto vecchio di cui abbiamo dimenticato l’esistenza. Se il mito di Horus ci sta stancando ecco che riscopriamo quello di Iside.

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Siamo ormai pronti per delle eroine complete che non diventino maschi per soddisfare il nostro gusto ma che siano capaci di restare donne, madri ed al tempo stesso leader e protagoniste delle nostre storie.

Questa idea di non negare la maternità ma di renderla in forma diretta o indiretta il fulcro motivazionale dei nuovi eroi lo vediamo perfettamente in Daeneris del TRONO DI SPADE ma anche in Maeve Millay, interpretata magnificamente da Thandie Newton, nella nuova serie WESTWORLD sui cui non mi soffermo per non generare spoiler imperdonabili.

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LFèF – Tutto molto chiaro e grazie per non aver dato anticipazioni a chi ancora aspetta di vedere l’ottimo Westworld. Un’ultima domanda: c’è un’eroina o anti-eroina che non ha ancora fatto il salto dal romanzo al grande o piccolo schermo, e che meriterebbe un film dedicato?

DC –  Il fumetto SAGA scritto da Brian K. Vaughan e illustrato da Fiona Staples offre personaggi femminili molto interessanti, la storia è difficile da realizzare ma promettente sul piano della spettacolarità, inoltre mi piacerebbe molto vedere sul grande schermo le eroine della nostra Licia Troisi. Il potenziale di nuove eroine raccontate secondo principi più liberi ed innovativi ci sarebbe in pieno ma le regole delle major sono sempre quelle di non correre rischi, Hollywood vive nel perenne terrore di realizzare un nuovo QUARTO POTERE, ovvero qualcosa che segni per sempre la storia del cinema, che cambi definitivamente il modo di fare un film ma che al tempo stesso faccia irrimediabilmente fallire uno studio cinematografico.

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E con questa chiusa da grande maestro, il nostro Daniele Clementi ci ha consegnato un’istantanea interessante ed articolata sul cammino della figura femminile nella narrazione fantascientifica sul piccolo schermo, da ieri ad oggi.

Noi ovviamente facciamo il tifo per un QUARTO POTERE in gonnella, mentre aspettiamo che magari qualche produttore si accorga di SAGA o decida di investire sulle eroine della Troisi.

Intanto sabato 17 dicembre, sempre in quel di Chiavari, e sempre alla Sala Livellara, vi aspetta un altro incontro: IL FEMMINICIDIO AL TEMPO DEI SUPEREROI. Un argomento di scottante attualità affrontato con un taglio del tutto inedito. Un’occasione da non perdere.

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DOPPELGÄNGER

DOPPELGÄNGER.

CHI CAMMINA AL TUO FIANCO

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I l noir teatrale del Gruppo Number9, realizzato in collaborazione con Rialto Santambrogio, e prodotto da Nutrimenti Terrestri, dopo il debutto con il suo primo studio al Td IX – Teatro Tor Di Nona di Roma (2014), dopo le repliche alla Cometa Off, è stato ospite di KISS ME DEADLY rassegna multiforme sul noir (agosto 2015 – Campobasso). Ecco che ne ha detto e mostrato il TGR Molise:

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Foto di Andrea Littera

Mi accorsi con stupore che l’intruso

non era altro che la mia immagine riflessa nello specchio

(Sigmund Freud, Psicoanalisi dell’arte e della letteratura)

Lo spettacolo. Se all’inizio si respira un’articolata leggerezza, propria della “commedia sofisticata”, presto l’atmosfera muta proiettando il pubblico dentro un vortice di crescente tensione in cui la suspense non risparmia né attori, né spettatori.

È “chi guarda chi?” il quesito che insiste al di là del gioco dei generi, in un lavoro che indaga dichiaratamente il tema del doppio, non per trovare una risposta all’origine dell’ambiguità ma per mettere a nudo quel dualismo originario insito in tutti noi.

“Come ci poniamo nel quotidiano quando sentiamo emergere dentro una parte distruttiva, accanto ad un’altra opposta e propositiva, e non riusciamo a fare a meno di mostrarla? E viceversa come ci comportiamo quando pretendiamo di far vincere quella buona, che sa stare generosamente al mondo? Abbiamo lavorato sulla recitazione costituendo degli appuntamenti fissi per i tre personaggi, delle stazioni emotive occupate a turno da tutti, fino a una sovrapposizione dei ruoli in cui ognuno è soggetto e oggetto dell’osservazione e della passione dell’altro.”

La divisione dello scena in due e l’impiego di monitor che trasmettono, nel vecchio formato televisivo 4:3, immagini in bianco e nero che provengono in diretta dalla seconda porzione di palco, mette in costante comunicazione i due spazi. E restituisce fisicamente il concetto di controllo: viene resa visibile la tendenza dei personaggi ad osservarsi, a spiarsi. 

Un’esperienza voyeurismo che ha tutto il gusto di un film trasmesso su un apparecchio televisivo negli anni Cinquanta.

Su idea scenica di Christian Angeli. Con Chiara Condrò, Katiuscia Magliarisi, Francesco Polizzi. Luci e macchinazioni sceniche: Giacomo Cursi. Video animazione Gaetano Polizzi.

INFO COMPAGNIA

Ufficio stampa Gruppo Number9

grupponumber9@gmail.com

ZOMBIE versus ROBOT

Stralci da una conversazione on-line avvenuta questa estate con Daniele Timpano

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LFF: Mi farebbe molto piacere dedicare un post ai tuoi lavori all’interno del mio Blog. “Ecce Robot!” è decisamente a tema, ma anche il tuo lavoro sugli zombie ci calza a pennello: ero a Perdutamente (progetto del Teatro India di Roma) e ricordo masse informi e claudicanti aggirarsi a braccia tese sulla ghiaia… Il titolo/domanda, è: “ZOMBIE versus ROBOT” (che a ben pensarci potrebbe essere anche la copertina di un tiggì delle 12… ma questa è un’altra storia) che dici?

DT: Mi pare molto bello (il titolo) e una bella idea. Leggermente ingiusto visto che attribuisce solo a me la responsabilità sugli zombi (che invece è un progetto nato e realizzato con Elvira Frosini) ma bello. Mi farebbe molto piacere. Gli zombi debuttato il 28 novembre! Anzi, già che li hai nominati, capiti a ‘fagiuolo’ per darci un feedback veloce sull’esperienza indiana, nel senso che partendo dal presupposto che sicuramente ne avrai fruito come quasi tutti in maniera frammentaria, mi interessa sapere cosa te ne è rimasto nel ricordo, quali siano le impressioni più forti che ne restano. Quali pezzi hai incrociato? la manifestazione coi cartelli? il presepe? la partita di calcio? o uno dei pezzi più quasi teatrali in sala?

LFF: (Ora ho la vaga impressione di essere io l’intervistata!) Ero al bar del Teatro India quando dalla porta è sbucata una mandria di zombie con cartello al collo. Interessanti le frasi riportate sopra, come si suol dire, d’attualità. L’effetto massa/mare/magma è un elemento suggestivo. Dire che sono uno specchio della realtà è banale, ma anche a quello viene da pensare. Tra l’altro, guardandoli mi sono tornati alla mente i numerosi casi che lo scorso anno sono stati segnalati in USA: ad un certo punto, “zombie” era diventato uno tra i termini più ricercati su google e più presente sui notiziari locali americani.

DT: O.K., era la  versione coi cartelli e basta; c’è anche la versione con me vestito da prete che li incito col megafono!

LFF: Interessante, la vedrò a novembre? Mi piacerebbe inserire qui del materiale (foto, sicuramente un link a “Ecce Robot!” e tutto ciò che mi vorrai segnalare).

DT: Intanto tieni presente che un po’ di materiale è sul mio blog, alla pagina “Ecce Robot!”

LFF: Ora me lo spolpo un po’!

DT: Il testo è strano. Ho la versione pubblicata nell’antologia “senza corpo” di minimum fax, che è parziale e comunque un po’ diverso dallo spettacolo, mancan tutte le puntate di Mazinga. Ed ho il mio copione. Ma il mio copione è disordinato e difficile da leggere, e comunque non è ugualissimo in tutti i passaggi allo spettacolo (però ci sono le trascrizioni-riscritture delle puntate di Mazinga integrali, compresa una terza che nello spettacolo adesso non c’è più e c’era solo nelle primissime repliche).

LFF: Chiarissimo.

E la chiacchierata proseguì così fino al calar del sole, fino, fino a…  tanto a voi che interessa cosa può accadere quando un robot incontra uno zombie?  … fino a che si iniziarono a sentire i primi passi molli e disarticolati provenire dalla strada. Erano quelli di… CLOMP! ARGH! BLEAH! BONK! CHEW! CHOMP! CRASH! AUCH! GURGLE… CRUNK… CRUNK… CRUNK…

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ECCE ROBOT! 

cronaca di un’invasione

Viva Mazinga! Lasciamolo vedere ai bambini,
tanto non sarà lui a farli rincretinire.
[Marco Ferreri]
uno spettacolo di e con Daniele Timpano ispirato liberamente all’opera di Go Nagai

Ero bambino, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, quando arrivarono in Italia i primi cartoni animati giapponesi. Era l’Italia delle stragi, del rapimento di Aldo Moro, delle Brigate Rosse e dell’ascesa di Silvio Berlusconi e delle sue televisioni, ma questo io non lo sapevo ancora. Ignaro di trovarmi nel bel mezzo degli anni di piombo, vivevo l’infanzia tra robot d’acciaio.

Ispirato liberamente all’opera di Go Nagai (Jeeg Robot, Goldrake, Mazinga) lo spettacolo è il divertito ed autocritico racconto di una generazione cresciuta davanti alla Tv.
DT
Il testo dello spettacolo ECCE ROBOT! cronaca di un’invasione è pubblicato da Minimum Fax 
all’interno dell’antologia: SENZA CORPO voci dalla nuova scena italiana a cura di Debora Pietrobono [ www.minimumfax.it  ]

 

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ZOMBITUDINE

Gli Zombi siamo noi.
Noi siamo loro e loro sono noi.
Il nostro passato, il nostro presente e l’unico futuro.
Lo Zombi è Il vecchio che non muore e il nuovo che non c’è.
Lo Zombi è un morto che cammina e non sa dove va.
Come noi.
Lo Zombi s’è perso, è sperso, disperso.
Lo Zombi è sicuro solo in gruppo.
Lo Zombi, da solo, è perduto. Come noi.
La Zombitudine è la nostra condizione.
Gli Zombi siamo noi.
stiamo arrivando 

zombitudine.it

ZOMBITUDINE
uno spettacolo di e con
Elvira Frosini e Daniele Timpano“La morte è una cosa meravigliosa” 
[ Richard Matheson, 1954 ]Vorremmo essere morti. 

O dovremmo essere morti. 

O forse siamo morti? 

Morti fra i morti. 

Tutto inizia con i morti. 

Se non siamo morti, non cominciamo. 
 
Siete morti? Cominciamo.

Forse il punto non è “cosa accade se Mazinga incontra Mr Zombie” ma cosa accade se loro incontrano noi. Qualcuno sostiene che potremmo avere l’impressione di stare in buona compagnia dei nostri simili… Tuttavia è un’affermazione banale, così banale da sembrare ormai scontata quotidianità.

APPROFONDIMENTI: per appassionati di zombie, di horror, di gore e generi simili, ecco una trasmissione televisiva che ne ha da tenervi svegli notti intere!  http://www.wonderland.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-f4082c96-2da5-464c-9ae2-0aab5b89bfd0.html  E questo episodio è solo un assaggio: spulciate signori, continuate a spulciare… in attesa che il prossimo zombie arranchi alla vostra porta. O vi esca dallo schermo…

What Ever Happened to Virtual Sex?

(a kinky experience)

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THE WAY WE WERE

«Virtual Sexuality Takes Shape: The future is bright for virtual sexuality. After all, we’re human beings. Think of any great artistic or technological achievement and chances are it winds up in our pants at some point. Poetry gave us pornography, the telephone gave us sex hotlines and vulcanization gave us the modern condom. It’s just part of who we are».

Oggi oltre 2,1 miliardi di persone navigano in rete. L’internet pornography è un’industria multimiliardaria e, anche se un conteggio esatto è difficile da formulare, sappiamo che un’intensa attività di Web-Filtering attualmente bloccha più di 2,5 milioni di siti porno [Fonte: Ruvolo].

Sexual uses of technology.

Ecco due fotografie:

  1. Comunicazione sessuale con un’altra persona (sexting, sex chat rooms and webcam, cybersex)
  2. Interazione sessuale con simulazione (interactive sex video games)

All of it is essentially computer-mediated communication!

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Così mentre i colossi dell’informatica studiano il modo più realistico per illuderci di toccare il seno di una donna, programmatori indipendenti realizzano demo per simulazioni erotiche basate su sistemi open-source come il Kinect® dove il controller sei tu. Nessun dispositivo o congegno elettronico. Kinect offre un nuovo, rivoluzionario modo di giocare e di divertirsi, senza bisogno di controller. Con Kinect la tecnologia scompare e lascia spazio alla magia naturale del tuo corpo.

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«Human telecommunication began with the mere transmission of words and ideas via the telegraph. We quickly moved on to sending sounds and sights. Today, the industry continues to work toward the seamless transmission of our entire sensory experience».

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APPETIZER: VOYEURISM & GADGETING

Wi-Vi è la tecnologia che vede anche attraverso i muri. I ricercatori del Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory del MIT hanno sviluppato un sistema che permette di individuare i movimenti delle persone anche attraverso solide pareti. Risultati simili erano stati ottenuti in precedenza, ma sfruttavano i radar su frequenze riservate a usi militari. Wi-Vi utilizza invece segnali radio a bassa potenza, del tipo usato per le comunicazioni delle reti Wi-Fi. Per i voyeristi di ultima generazione.

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XRay Vision Glasses

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I tascabili (o da comodino) Sex Toys/Adult toys/Marital aid appaiono rudimentali se paragonati alle applicazioni in via di sviluppo, ma anche i più sofisticati continuano a conservare il fascino dell’immediatezza con prezzi ultra abbordabili.

Stoccolma è nato il primo servizio in camera di Sex Toys: un rispettabilissimo e noto hotel a quattro stelle ha messo a disposizione dei clienti, direttamente nelle stanze, preservativi e giochi erotici. Non si sa quali modelli o marche abbia scelto l’albergo ma trovare un Real Touch Interactive® nel cassetto potrebbe scaldare le fredde notti svedesi.

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LES LUNETTES

Per rintracciare gusti e tendenze nell’era mass-mediatica, mamma rete ha partorito gli hashtag (#).  Guardiamo gli Hot Topics del momento: #3dprintier  e #googleglass cappeggiano da mesi nelle classifiche. La prima si è diffusa nella blogosfera con la trovata del LEGO® casalingo stampato in 3D. Ma può anche essere usata per realizzare una stampa tridimensionale dei tuoi desideri, o meglio, degli oggetti utili a soddisfarli. Adesso però ci interessano gli occhiali.

GOOGLE GLASSES

Google Glasses: l’oracolo della rete ha adottato una Privacy Policy che chiude categoricamente all’intrattenimento per adulti, ma altre aziende non si precludono la fetta di mercato dei contenuti Adult, scegliendo la politica del don’t ask, don’t tell; così superG lascia disponibili le proprie tecnologie per l’uso che qualsiasi produttore/utente vorrà farne. Un esempio arriva da mikandi.com, con “Tits and Glass”, ovvero Porn Apps and Channels in esclusiva per i tuoi goggles.

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«Because of that, you can forget about the technology on your head and be in the moment. The result is an authentic look at the wearer’s experiences».

Parola di Jennifer McEwen, MiKandi co-founder.

SEX & AUGMENTED REALITY

“Why Virtual Reality Is Probably Not Ever Actually Going To Happen”. Su Thought Catalog si sono posti una questione cruciale e si sono dati una risposta che a ben vedere non è scettica come annuncia il titolo: «Human beings gravitate toward the most abstracted interfaces possible. No one will want to simulate gesture and movement when one button-touch suffices […] The only things people want to ‘simulate’ are things they have a fixation on enjoying that are impossible or unacceptable in real life […] God, bringing sexuality into the world of science fiction is always so weird. But you might be able to do that in virtual reality someday, someone will probably make that I bet».

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“A new world, right in front of your face”. È il titolo scelto dal New Yorker  per un articolo sugli Oculus Rift®.

Di cosa si tratta: «The Oculus Rift uses optical tricks to create the realistic sensation, like slightly warping the edges of the view in the computer, which is corrected by plastic lenses in the goggles. The pixels are more tightly packed directly in front of the eye, giving the perspective a roundness that feels more like human vision. It works. The Oculus Rift rivals—and will possibly exceed, when it hits the shelves sometime in late 2013 or mid-2014—the best virtual-reality hardware available, military-grade or otherwise».

Più scettici appaiono quelli del Daily Mail: “Real-life ‘avatars’ prove out-of-body experiences are tricks of a confused mind, scientists say”. In effetti, un’esperienza efficacemente immersiva nella realtà aumentata può apparire ancora piuttosto lontana; ma Wicked Paradise (una joint venture tra gli sviluppatori di Sinful Robot e la Oculus) potrebbe riservare piacevoli sorprese a un prezzo di vendita tutto sommato accessibile $250.

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ORGASMATRON 3000

E’ stato realizzato un Sex Chip che agisce stimolando il piacere direttamente dal cervello. Ma come? Interviene sull’anedonia, parola greca composta dal prefisso negativo an e hēdonē, “piacere”.

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Il Dottor Stuart Meloy, a problemi di questo tipo ha risposto con un rimedio draconiano, l’ “Orgasmatron“. Che tanto ricorda Il Dormiglione di Woody Allen e l’Excessive Machine di Barbarella.

Dopotutto, tatuaggi elettronici, pillole password e una rete wireless ultrasonica all’interno del corpo, oggi sono realtà.

Pavel Baňka - I was too shy to speak , 1986

«EES uses a molecular force known as “van der Waals interactions” to create adhesion between the patch and human skin on the molecular level»

All’università di Dallas, con l’E-merging Technology Lab della Samsung, stanno studiando un sistema per leggere le onde cerebrali. Sono riusciti a far compiere alcune azioni al telefonino tramite ordini mentali.

Network Brain Machine è uno strumento che permette all’uomo di spostare con la sola forza psichica gli oggetti, ed è costituito da una calotta provvista di sensori in grado di captare ed interpretare gli impulsi provenienti dal cervello, i quali vengono poi inviati ad un database, quindi analizzati e trasformati in azione. Attualmente, Network Brain Machine impiega da 6 a 12 secondi per trasformare le idee in azione, ma gli sviluppatori si aspettano di portare la sua prontezza di esecuzione ad un secondo in tre anni. L’ATR, azienda a capo della ricerca, punta ad avviare la produzione commerciale del dispositivo entro il 2020.

Electronic telepathy: «In this form of telepathy, thoughts are converted from impulses in the brain (electric activity produced by neuron reaction potentials) into digital signals that can then be broadcast artificially to another e-telepath using radio waves or some other form of wireless communication»

Fantascientifiche scoperte

che aspettano solo di essere interpretate a dovere dal mondo Adult.

NOSTALGHIA

Per gli affetti da nostomania verso il sesso tradizionale (o quasi) restano le intramontabili dolls  fai da te. Che se sei un maker, puoi sempre dotare di Arduino, l’hardware libertino per eccellenza.

NON DI SOLO PANE VIVE L’UOMO?

annuncio               (http://www.virtualsexwork.com/)

Per quel che ci riguarda, restiamo in attesa che si apra un varco nel multiverso quantico per tuffarci in nuove è più elettrizzanti avventure.

Woman Riding Moth, 1950 - Unknown artist

(ON THE ART SIDE)

The Sex Life of Robots

L’uomo, il metallo e il sesso in Tetsuo

thanks to L. for the inspiration

Psychopathia Sexualis #2 COMICS

Homage to

Miguel Angel Martín is the author of the controversial comic Psychopathia Sexualis.

He has also written many other comics, including Rubber FleshBrian the Brain and Surfing on the Third Wave.

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Preface by Helena Velena

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published by TOPOLIN EDIZIONI

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