Dopo qualche tempo di pausa la FèF torna a parlare e lo fa mascherandosi da leopardo.

Katipardo

L’arrivo.

Caldo e afa, esattamente come prima del confine. altro che nord… E la brezza del lago purtroppo non si sente. Ci avviamo (siamo in due ma la seconda identità non la svelo) verso Piazza Grande. Prima ancora di raggiungerla alle spalle del grande schermo, che è grande sul serio, con i suoi 26 metri di lunghezza e 14 di altezza, ci fermiamo a guardare un gruppo di ragazze che volteggiano come menadi contemporanee intorno a un totem tecnologico e che, con smartphone alla mano scattano affreschi istantanei ai passanti mostrando complici e divertite il risultato.

Che sarà mai?

Quest’anno, il Pardo e i suoi partner hanno realizzato una app che zoomorfizza gli spettatori. Chi se l’è scaricata sul telefonino vota e fa vincere premi, chi no, consulta sui monitor del techno-totem la galleria di facce maculate, tra cui la sua. Oltre che la mia, dato che non ho resistito.

Ecco il pardo che è in noi.

Piazza Grande

Piazza Grande

SEDIELa navicella.

Si oltrepassa l’ingresso e la storica piazza del centro di Locarno che da oramai 68 anni simboleggia il festival, ci strizza l’occhio con le sue centinaia di file di sedie brandizzate gialle e nere. Anche qui vince l’effetto maculato. È un piccolo mare di sedute a chiazze bicolore che invade il ciottolato e si arresta alle pendici del palco. Ma da questa inquadratura, a farla da padrone visivamente parlando, è la cabina di proiezione: un oggetto futuristico, una navicella sospesa dagli angoli smussati. Un design vagamente ’60, tutta misteriosamente in nero. È atterrata qui per portare nuove prospettiche visioni al mondo, si potrebbe dire con licenza quasi poetica.

CAMERA DI PROIEZIONE

Caro Sam.

Il programma del festival svizzero-italiano si contraddistingue dagli altri per un’attenzione sempre viva al cinema documento, agli emergenti, al non noto.

La sezione retrospettive, ad esempio, riserva un articolato omaggio a Sam Peckinpah. Abbiamo visto “The Losers” del 1963, un episodio della serie TV “The Dick Powell Show”. Momenti di strabiliante comicità stile muto b/n, e gli inserti canori di Rosemary Clooney carezzavano l’anima.

Ma se in molti, i maschietti in particolare, conoscono il Peckinpah che ha rivoluzionato le epopee dei cowboy a cavallo, cinici, in fondo anche romantici ma sempre disastrati, ricordiamoci che il maestro ha firmato anche regie di altri profondi e complessi capolavori: “Straw Dogs” (Cane di paglia), “The Getaway”, “Cross of Iron” (Croce di ferro), così, per citarne alcuni.

La parola al suono.

Domanda: chi per primo ha introdotto nel cinema il termine “sound design”?

Pensate al suono d’elica di un’elicottero, qual è una delle primissime immagini che vi appare?

Ok se non avete indovinato al volo servono altri indizi. Partiamo dai film cui ha messo mano. Chi c’e’ dietro l’invenzione dei suoni di Apocalypse Now”, ecco da dove arriva il suono lisergico dell’elica che gira. Di Ghost”, “La conversazione”, “Il paziente inglese” e la versione restaurata di “L’infernale Quinlan”? Chi c’è dietro i suoni del recentissimo “Tomorrowland – Il mondo di domani”. E chi si annovera 3 Oscar vinti per sonoro e immagini?

O lo sai o non lo sai, eccolo, è Walter Murch.

Insignito a Locarno del Vision Award Nescens. Che, oltre ad occuparsi del sonoro è anche montatore video, nonché traduttore dall’italiano di Curzio Malaparte e appassionato studioso di cosmologia e storia della scienza.

Durante il suo intervento di premiazione, Murch ha lanciato una proposta, una sfida anzi: trovare insieme una parola che possa rendere onore poetico-descrittivo anche alle opere di suono.

Non facile coniare un nuovo termine possa sdoganare in maniera alta e non tecnicistica anche questa arte nell’arte. Pensateci!

WalterMurch

Il brutto e i belli.

Non potendo parlare di tutti i film, mi sono consultata con l’identità ignota che mi accompagna e abbiamo deciso di sceglierne quindi 3, solo 3.

Partiamo da quello forse meno convincente (il brutto): “La Vanité”. Il benvenuto che il pubblico riserva al cast ci suggerisce che Lionel Baier (regista) e gli attori siano di casa. Purtroppo però, la qualità registico-narrativa non è stata all’altezza dell’accoglienza. La locandina prometteva bene: uomo e donna, due signori di mezza età che oscultano con un bicchiere la parete. Ma seppure gli interpreti ci hanno messo impegno (Carmen Maura, protagonista femminile) tutto il lavoro sapeva un po’ di stantio. E il finale non ha portato alla redenzione. Momenti di lentezza eccessivi, o mal mescolati, che non hanno raggiunto quel senso di onirica dilatazione che si ritrova in altri film dalle sfumature più visionarie. Qualche immagine tuttavia rimane impressa, come il complesso alberghiero nei ricordi del protagonista maschile. E un paio di sorrisi strappati da qualche battuta del gigolò, ma tutto qui.

LA VANITE

 Ovvero il primo dei due belli: anche se dire “bello” è un po’ un azzardo. Più appropriato dire riuscito o coinvolgente pur considerando i tempi dilatati nelle lunghe pause sonore (qui azzeccati!) che si alternano alla sottilissima presenza di dialoghi: “O Futebol”, di Sergio Oksman. Presentato a Locarno in prima mondiale, è un complicato equilibrismo tra realtà e finzione, nato dal vero incontro del regista con suo padre.

A film finito non sai se qualche istante prima stavi proprio lì, in macchina con i due uomini mentre aspettavano che terminasse la partita dei mondiali 2014, a condividere tutta la loro ansia per l’imprevedibilità del punteggio finale; se ti trovavi al bar ad osservare da un angolo nascosto il padre in piedi al bancone o, ancora, se stavi pure tu seduto nella sala d’attesa dell’ospedale. Perché come il calcio anche la vita è imprevedibile, e questa è realtà e non finzione: durante le riprese del film, Simão (il padre) viene ricoverato in ospedale per un malore e muore dopo pochi giorni.

Vedere quest’opera è stato come vivere gli ultimi e più intimi istanti di due generazioni ricongiunte. E allora diciamolo senza esitazione, bello. Bello non stona, anche di fronte alla morte, quando questa si fa poesia attraverso un’opera che non dimentica i sentimenti, anche i più aspri, ma al contrario, gli rende onore.

O FUTEBOL

L’altro, il secondo promosso a pieni voti, è “Qijng tian jie yi hao” (The Laundryman) di Lee Chung. E qui pure, tra fantasmi, sparatorie e kung-fu dire piattamente bello mica vien facile. Ma ancora una volta dal far east arrivano perle di cinema. La produzione infatti è di Taiwan. Sappiamo – lo sa chi ama le produzioni contemporanee o va tutti gli anni al Far Est Film Festival, ma pure chi da casa segue la coraggiosa programmazione del quarto canale Rai ovvero Rai4 –, come i registi emergenti dei paesi dell’estremo oriente (quelli bravi, intendiamoci!) siano in grado di spaziare felicemente tra i generi più diversi senza finire mai nel grottesco involontario e senza consegnare allo spettatore uno zuppone. Anzi, la resa è un sunto di intrattenimento spettacolare che si fa doppio, che addirittura triplica, si quadruplica, tanti sono gli stili e le invenzioni che confluiscono in una sola opera.

Ecco come, prendendo “Qijng tian jie yi hao” come esempio: una femme fatale orientale. Una lavanderia dove i cadaveri si rimescolano tra i vapori. Assassini professionisti assoldati per strambi omicidi su commissione. Una medium maldestra e innamorata. Un’allegra ma anche inquietante brigata di fantasmi tele-dipendenti. Insomma, commedia, horror, thriller, arti marziali, romantico.

Il simpatico – alla presentazione del film si è prodigato in qualche battuta d’humor – mr Chung, dopo un pluripremiato corto, a Locarno ha portato il suo primo lungometraggio. Di lui, è certo, o perlomeno ci sia augura,  si sentirà ancora parlare.

Qing tian jie yi hao 002

Verso la chiusura.

Qualche serata umettata dalla pioggia: i classici acquazzoni estivi, furenti e brevi. I fedelissimi muniti di k-way, anch’essi rigorosamente gialli, che non hanno abbandonato le poltrone per un solo istante nemmeno sotto i temporali più forti. Il lounge bar allietato da buona musica, ma con cocktail un po’ striminziti. E le chiacchierate informali con i VIP: Teco Celio, noto attore ticinese, conosciuto in patria per la serie “1992”, “Zoran, il mio nipote scemo”, “Sinestesia” e “L’Amore Probabilmente”, si è aggiudicato il Premio Cinema Ticino e ha intrattenuto gli ospiti al lounge.

TECO CELIO

Ma chi ha vinto il festival?

Il pardo quest’anno è coreano:  l’oro di Locarno è andato a “Right Now, Wrong Then” (Giusto adesso sbagliato poi) di Hong Sang-soo, la storia di un incontro imprevisto (era in anticipo a un appuntamento di lavoro) tra un regista e un’artista che si rivela un amore inatteso. Con due finali che si dispiegano per due vite.

Ma noi ad essere onesti non lo abbiamo visto. Ci fidiamo della giuria però. right-now-wrong-then-one-619x348

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...